30 giugno 2022 – Il progetto firmato da Cantine Leonardo da Vinci e Caviro. Attilio Scienza: “Leonardo ha squarciato le tenebre dell’ignoto, anche in enologia”

A Vinci il “Leonardo Wine Genius”, spazio interattivo dedicato al Genio e al suo amore per il vino

E’ stata inaugurata martedì 28 giugno da Cantine Leonardo da Vinci e Caviro, con il patrocinio del Comune di Vinci, la mostra interattiva “Leonardo: Il dono della vigna”, nello spazio espositivo “Leonardo Wine Genius” (una galleria che, nell’Ottocento, ospitava un museo del vino). Oltre ad essere inventore, scienziato e artista brillante, Leonardo Da Vinci fu anche amante del buon bere, antesignano agronomo, enologo e degustatore tanto da definire il vino “divino licore dell’uva”. La mostra “Leonardo: Il dono della vigna”, in collaborazione con Giunti Editore, storica casa editrice fiorentina impegnata da oltre mezzo secolo in un progetto di divulgazione e di riproduzione dei codici leonardiani, racconta la passione e l’amore di Leonardo per la viticoltura e il vino.
Il percorso, con la consulenza scientifica del professore Attilio Scienza, uno dei massimi esperti di enologia al mondo, si snoda raccontando innanzitutto il territorio di Vinci – quali vitigni e quali vini esistevano all’epoca di Leonardo – per poi narrare il rapporto del Genio vinciano con il nettare degli dei. Dall’esperienza toscana degli anni giovanili al suo viaggio in Romagna nel 1502, quando Cesare Borgia lo assoldò per le sue doti e il suo sapere di ingegnere militare, e lì il grande Maestro poté assaggiare i vini locali e comprendere tecniche di vinificazione altamente sviluppate. In Romagna disegnerà in un taccuino due grappoli di uva con la nota “Uve Portate a Cesena”: l’unico schizzo del frutto dell’uva pervenutoci, digitalizzato ed esposto nello spazio.
Si prosegue poi con il racconto degli anni milanesi alla corte di Ludovico il Moro, che gli donò un ettaro di vigna – i cui resti rinvenuti nel giardino di casa degli Atellani fanno parte dell’esposizione – come ricompensa per la realizzazione del Cenacolo. Testimonianza della pionieristica visione di Leonardo e oggetto della mostra è il testo della lettera inviata nel 1515 da Leonardo al suo fattore di Fiesole, in cui si lamenta del vino ricevuto a Milano, individuando nelle errate modalità di vinificazione le ragioni della cattiva riuscita del prodotto, e dando prova delle sue capacità di agronomo, degustatore ed enologo.
“Abbiamo riscoperto tutti il rapporto di Leonardo con l’agricoltura, e quindi con il vino, nei 500 anni dalla sua morte, nel 2019”, ricorda SimonPietro Felice, dg Gruppo Caviro e ad Leonardo da Vinci Spa. “A Vinci, Leonardo fu affidato ai nonni e cresciuto da loro in campagna, seguendo i suoi ritmi. Lo zio Francesco era molto appassionato di agricoltura e vigna, olio e grano, una passione condivisa con Leonardo. All’epoca, la viticoltura europea non era certo quella di oggi, e Leonardo, da solo, inizia uno studio meticoloso della trasformazione dell’uva in vino, della sua conservazione e della sua qualità. Iniziò studiando la natura, e dalla natura capì come fare un buon vino, per semplice passione personale. Fu il primo a capire la bontà del consumo moderato e quotidiano del vino. In termini di lascito enologico e agronomico, il lavoro di Leonardo parte dalla fertilizzazione dei terreni, ovviamente naturale (che stiamo provando ad adottare anche noi in Caviro), secondo i suoi principi, ossia con ciò che si trova nella terra. Quindi Leonardo ha saputo fissare due principi fondamentali: la gestione del freddo e la protezione dall’ossigeno, principi oggi scontati, ma giusti anche allora. Il Genio – continua SimonPietro Felice – è un’ispirazione a fare vini sempre più buoni e longevi, consci che la tecnologia di oggi è un’altra cosa, pur non avendo noi il suo genio. Siamo stati i precursori nel mondo del vino, grazie a Leonardo da Vinci eravamo avanguardia, prima della Francia e della Spagna, non è un caso che oggi siamo il primo Paese esportatore di vino al mondo”.
Da un punto di vista storico, filosofico, artistico, scientifico, “non è mai facile parlare di Leonardo, uomo di grande immaginazione e fantasia”, spiega il professore Attilio Scienza. “Non era l’uomo del fare, ma del pensare. Ciò che aveva ideato non era sempre realizzabile, al contrario. È stato un lume per tutti quelli che sono venuti dopo di lui, perché Leonardo, per prima cosa, è un uomo del Rinascimento, un’epoca che, uscendo dal Medioevo, si apre sul mondo classico. Come altri pensatori e artisti, prima e dopo di lui, Leonardo aveva immaginato un viaggio in una caverna, mosso dalla voglia di scoprire le forme della natura. Arrivato lì fu preso da paura e desiderio, la paura dell’ignoto e il desiderio di scoprire e conoscere, allungando lo sguardo su una notte impenetrabile, il primo caos da cui deriva tutto e a cui vogliamo sempre ritornare. Viene subito in mente Platone, che considera la conoscenza divisa in due generi: sensibile (doxa) ed intellegibile (episteme), e col mito della caverna sposta da doxa a episteme la conoscenza. Anche Dante si richiama all’oscurità, la “selva oscura”, l’angoscia del Medioevo, un buio da squarciare. Così come Goethe che, morente, grida “mer Licht!” (più luce!): la conoscenza è la chiave, la luce, obiettivo anche di questa mostra. La conoscenza – conclude Attilio Scienza – è il sedimento su cui costruiamo, le nostre radici, e qui si trovano. Abbiamo sempre considerato Leonardo un grande artista, e in quanto tale ci ha lasciato in eredità una natura morta ormai scomparsa: sull’angolo dell’Ultima Cena, c’erano dei grappoli, ripresi da Caravaggio, primo esempio di natura morta di scuola italiana dopo quella dei Fiamminghi. A livello enologico, dalle forme di allevamento all’appassimento delle uve, Leonardo ci ha lasciato tanti insegnamenti, riscoperti già prima dell’Expo, quando la sindaca Moratti ci chiese di ricostruire la vigna di Leonardo. Con l’Università di Milano abbiamo ricercato le radici e recuperato il vigneto, di Malvasia, vitigno di cui era assolutamente affascinato. Scopriamo, però, che non è un vitigno greco, come si pensava: la Malvasia di Candia, infatti, ha notevoli similitudini genetiche con tanti vitigni della Pianura Padana. In effetti, Candia è un piccolo paese tra Voghera e Pavia, altro che Grecia. Quel grappolo, e quelle foglie, sono quelle della natura morta dell’Ultima Cena”.

 

Fonte: WineNews

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