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Degustazioni
Uno sguardo su Montefalco Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Giovedì 05 Dicembre 2013 14:29

I luoghi meritano un viaggio. Magari scegliendo dove sostare per poi abbinare agli itinerari in cantina i percorsi verso le tante città d’arte di questa regione. Scriviamo di Montefalco, nome che gli enoappassionati associano al Sagrantino e che indica uno dei luoghi che caratterizzano la viticoltura dell’Umbria.
Il Comune è posto su una sommità (da cui l’appellativo de “ringhiera dell’Umbria”), da dove si scorge la vicina Assisi e la valle verso Spoleto. Tutti centri agevolmente raggiungibili, come Perugia e Foligno o come i borghi di Spello e Trevi, famosi per l’olio.
Il vasto territorio comunale condivide soprattutto con il confinante comune di Bevagna la viticoltura legata al Sagrantino. Altri Comuni di riferimento sono Castel Ritaldi, Giano dell’Umbria e Gualdo Cattaneo.
Come è successo altrove, l’azione lungimirante di alcuni produttori ha determinato negli anni un notevole sviluppo, nuove cantine si sono affacciate alla ribalta, l’enoturismo si è affermato grazie anche agli investimenti di molte aziende a favore dell’accoglienza.
www.stradadelsagrantino.it  è l’indirizzo web dell’Associazione che ha sede a Montefalco in Piazza del Comune, 17 telefono 0742 378490, a disposizione per chi vuole organizzare un viaggio o visitare cantine.

Intanto qualche segnalazione. Cominciando da Rocca di Fabbri (tel.0742 399379 Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ), azienda vinicola che si trova nell’omonima località Fabbri, comodamente raggiungibile dalla superstrada che unisce Perugia a Spoleto. Pietro Vitali la fondò negli anni’80: fu tra i primi a credere nelle potenzialità del Sagrantino, investendo in impianti e reimpianti di vigneti. L’azienda è oggi condotta dalle figlie Roberta e Simona, la produzione è di circa 180.000 bottiglie, i vigneti sono attorno alla cantina, con l’eccezione di 4 ettari nel Comune di Trevi.
La produzione si articola principalmente sul Sagrantino ed il Montefalco Rosso, denominazione che prevede l’impiego del sangiovese (60%), oltre sagrantino (15%) e altre varietà. Da segnalare anche il Grechetto ed il Faroaldo, blend di sagrantino e cabernet.
La cantina domina il microborgo ed è frutto di un lungimirante programmazione negli anni. Un vero gioiello sono poi le case di Subretia, le vecchie case degli operai di un tempo, trasformate in un elegante residence di accoglienza con 18 appartamenti ed una piscina da dove apprezzare uno splendido affaccio verso il paesaggio umbro.

Nella località San Marco, a pochi minuti dal borgo di Montefalco, si incontra l’azienda Antonelli.  (tel. 0742 379158 Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ) riferimento importante per meglio comprendere la viticoltura del territorio. Molti gli spunti per una visita, se avrete modo di poter conversare con Filippo Antonelli. Cominciando dalla sala degustazione dove leggere vecchie mappe, l’affaccio verso Gualdo Cattaneo ed i monti Martani.
La cantina è interrata per evitare impatti ambientali. L’azienda produce anche olio, farro, pasta e si è dotata negli anni di un locale cucina ben attrezzato, a disposizione degli ospiti per corsi e lezioni. 
La produzione vinicola è in regime biologico dal 2012; il Sagrantino è il vino di punta dell’azienda (50.000 le bottiglie prodotte fra il base, il cru “Chiusa di Pannone” ed il passito). Senza tralasciare il Montefalco Rosso, merita una citazione il continuo lavoro di ricerca che sta conducendo a risultati interessanti anche nel segmento dei vini bianchi, dove questa parte dell’Umbria può giocare carte importanti. Il Grechetto ed il Trebbiano Spoletino sono due varietà autoctone che sanno offrire bianchi godibili e niente affatto banali se ben vinificati, con capacità di reggere nel tempo. In particolare il Trebbiano Spoletino viene affinato in botti grandi del Palatinato, l’annata 2012 è in uscita a settembre. Per chi intende soggiornare vi è il Casale Satriano, residenza agrituristica all’interno dell’azienda vinicola. Sei appartamenti con piscina immersi nel fascino della campagna.

Una realtà giovane ed emergente è quella de Le Cimate (tel. 0742 290136 Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ) condotta dalla famiglia Bartoloni. Il nonno Paolo è stato per 21 anni presidente della cooperativa Spoleto Ducale. Il nome della cantina deriva dal luogo, posto sulla cima di una collina. L’azienda è oggi condotta da Paolo e Francesca Bartoloni, che rappresentano la terza generazione. 20 ettari di vigneto, oltre alla coltivazione dell’olio e 108 ettari condotti a seminativo. In appena due anni otto vini in produzione, di cui 5 rossi, 2 bianchi ed un rosato da uve sagrantino. La cantina è moderna con tutte le tecnologie, ma con un’architettura che ben la inserisce nel contesto del territorio. L’enologo è Cesare Toja, un passato con Caprai; da segnalare anche l’ampia sala degustazione con cucina per accogliere gli ospiti, dove l’azienda presenta in degustazione salumi di produzione propria e piatti tipici del territorio.

Lasciato il territorio di Montefalco, merita la visita il centro storico di Bevagna con la Piazza Silvestri ed il Palazzo dei Consoli. La segnalazione “vinosa” va alla Cantina Dionigi (tel. 0742 360395 Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ), poco fuori dall’abitato. Una realtà da conoscere, a conduzione familiare, e da oltre 100 anni dedita alla viticoltura. Oggi il riferimento è Roberto Dionigi, appassionato e talentuoso viticoltore.
Dalla terrazza potrete ammirare il panorama sui vigneti aziendali e sulla campagna umbra, nella sala degustazione potrete conoscere l’articolata produzione. Oltre al Sagrantino ed al Montefalco Rosso fra i rossi ed al Grechetto fra i bianchi (prodotto in differenti versioni), Dionigi ha una particolare passione per i vini passiti e produce ben 4 etichette tutte monovitigno da uve sagrantino, moscato, grechetto e merlot. La produzione complessiva è di 60.000 bottiglie, oltre alla produzione di olio. I Dionigi hanno arredato alcune camere per l’accoglienza degli ospiti.  

di Massimo Corrado

 
Quel tocco sapido e marino. Il dolcetto a Ovada Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Lunedì 02 Settembre 2013 10:40

di Alessandro Franceschini


«Tutte le persiane delle case rivolte a Sud, sono costantemente da verniciare. Quindi, le brezze che provengono dal mare, qui, si sentono veramente». Più produttori, tra quelli che abbiamo incontrato durante le nostre visite sul territorio o presso l’Enoteca Regionale, a Ovada, nel tratteggiarci specificità e caratteristiche di questo territorio che guarda al mare ligure con la stessa intensità con il quale si sente intimamente piemontese, ci hanno spesso fatto presente come la vicinanza con il mare non sia solo un fattore turistico da queste parti. Se la vicina Liguria, infatti, anche commercialmente, è stata, e in parte lo è tuttora, uno sbocco importante per la diffusione dei vini di questo comprensorio, la sua influenza climatica non lo è da meno.
Ma quella finezza, quei tratti succosamente sapidi e a tratti marini, che le migliori espressioni del dolcetto di Ovada spesso donano, devono la loro specificità soprattutto alla particolarità dei terreni qui presenti: si tratta delle cosiddette “Marne di Cèssole”, un’alternanza arenaceo-marnosa con intercalazione di calcari. Terre bianche. Ciò rende il dolcetto di Ovada, non solo caratterizzato dalle note più classiche che il vitigno si porta in dote, dal frutto di bella espressione passando per quel tocco ammandorlato così tipico e che lo connota un po’ ovunque in Piemonte, ma anche intriso di sfumature minerali e da quel finale sapido, che in alcune versione assume connotazioni quasi “salate” e marine. Ma la variabilità dei terreni, la non uniformità, fa sì che siano qui presenti volti diversi del dolcetto: se ancora siamo lontani da una mappa che identifichi peculiarità appartenenti solo a determinate vigne e cru, certamente l’alternanza di zone di sole terre bianche con altre dove l’argilla si mescola o diventa più preponderante, cambia spesso le carte in tavola e mostra il lato più carnoso, fruttato e a tratti potente del dolcetto ovadese.
L’uva è sempre lei, il dolcetto: delicata, non facile da domare in vigna, bisognosa di attenzioni in cantina, a partire dai travasi per evitare il rischio di riduzioni indesiderate, ma allo stesso tempo senza eccedere per non incorrere in quello opposto delle ossidazioni, dal tannino vivo e duro, da maneggiare con cura, soprattutto se si opta per la maturazione in legni piccoli. Ne abbiamo già parlato proprio su questa pagine quando ci siamo occupati di un altro grande territorio intimamente legato al dolcetto, vale a dire quello langarolo di Dogliani. Non a caso, spesso, da queste parti, viene citato dai produttori, quasi per legarsi a pregi e problematiche in parte anche comuni. 
Il raggiungimento della Doc è antico, datato 1972, mentre il passaggio al gradino superiore della Docg, per la versione superiore, arriva nel 2008. In questo secondo gruppo di vini troviamo certamente le versioni che più lasciano il segno e marcano una differenza che lascia emergere con più nitidezza i tratti peculiari del terroir ovadase. Si tratta, in realtà, di una piccola enclave, se rapportata ai numeri complessivi della zona: 42 ettari per circa 70 mila bottiglie complessive all’anno formano un piccolo ma significativo gruppo di vini da indagare con attenzione. 

«Il vitigno è lo stesso del Dolcetto delle Langhe, e il vino lo si distingue da maggior profumo, maggiore gradazione, maggiore densità e una maggiore possibilità di invecchiamento». E ancora: “Non ha veramente nulla del Dolcetto delle Langhe. Mi piace moltissimo, lo trovo un po’ duro, ma stranamente vivo e gustoso”. C’è quasi tutto in questi passi tratti dal “Terzo viaggio, Autunno 1975” tratto dall’inarrivabile “Vino al Vino” di Mario Soldati. Eppure, nonostante già quasi 40 anni fa si sottolineasse, non solo la diversità, ma anche la longevità del dolcetto di Ovada, poi se ne sono sostanzialmente perse le tracce, sia tra il grande pubblico che nella stampa di settore. Per molti cultori della zona, nonché enofili incalliti, c’è sempre stato un solo nome, Pino Ratto, e due vigne, Gli Scarsi e Le Olive, per decantare le lodi e la possibilità di sfidare il tempo da parte del dolcetto di queste terre. Immortalato, non a caso, anche da Mario Soldato, con l’immagine della sua Dyane rossa mentre lo va ad accogliere nel centro del paese.
La nascita della Docg, se vogliamo, oltre che per l’esigenza di identificare ancor meglio il dolcetto, che ha ben 11 denominazioni che lo rappresentano in Piemonte, con Ovada, nacque anche per la volontà di dare maggior risalto proprio a questa caratteristica, vale a dire la possibilità di evolvere nel tempo, che così poco si confà con l’immaginario collettivo di questo vitigno, che lo vuole solo giovane, spensierato e di pronta beva. Con lo stesso intento, nel 2011, nasce anche “è Ovada”, un piccolo consorzio che mette insieme 5 aziende che vogliono promuove le differenze del dolcetto locale.
Il percorso della degustazione che segue, che parte dai millesimi del 2009 fino a giungere al 1998, cerca una prima indagine conoscitiva all’interno di questo concetto, quello della longevità, che tanto marca la differenza tra l’Ovada Superiore e il resto della tipologia. 

Azienda Agricola Facchino - Ovada Superiore Carasoi 2009 - Rocca Grimalda

Siamo nel comune che ha una delle estensioni vitate più grandi del comprensorio ovadese, con circa 250 ettari dedicati al dolcetto. Intenso, con un classico classico color rubino con sfumature ancora violacee che ne evidenzia la gioventù, ha nel frutto, di ciliegia e amarena di bella maturità, il tratto espressivo preminente. Al palato mostra ancora tratti scalpitanti, specie nella sua trama tannica vigorosa. Ma è il timbro sapido, quasi “salato”, che caratterizza un finale asciutto, quasi severo, che dona ottime prospettive di una futura evoluzione positiva. 

I Pola - Ovada Superiore Orchestra 2009 - Cremolino
Sebbene un tempo il comune di Cremolino ospitasse molte più vigne, ancor oggi viene annoverata tra le zone storiche dove dimora il dolcetto. Ne è ottimo custode l’azienda I Pola, attiva dagli anni ’60, ma che dal 2010 ha assunto una nuova dimensione attraverso il cambio societario, ora composto da Alessandro Rivetto, Alessandro Bonelli, Angelo Merlo e Carlo Ricagni. Sguardo, quindi, rivolto non solo agli 11 ettari del comprensorio di Ovada, ma anche a quelli di Serralunga d’Alba nel cuore delle Langhe del Barolo. Ricco e carnoso, l’Orchestra mostra il lato potente, a tratti esuberante, del dolcetto, con note di amarena matura. Al palato il tratto sapido è presente, ma meno preponderante rispetto ad altre versioni e lascia spazio, invece, ad una trama tannica di grande personalità, quasi irruente.

Alemanni - Dolcetto di Ovada Superiore Ansé 2007 - Tagliolo Monferrato

Il ruolo di Annamaria Alemanni per il conseguimento della docg nel 2008 è sicuramente stato decisivo e fondamentale. Conduce con il marito Claudio la sua piccola azienda su terreni bianchi e calcarei: poco più di tre ettari per quasi 5000 bottiglie. Da vigne con più di 50 anni ricava l’Ansé, che affina in modo prolungato in acciaio per due anni prima della commercializzazione. Al naso coniuga sia un frutto rosso classico, maturo, di bella impronta dolce e note più ferrose, con sfumature di mandorla e amaretto che poi si ritrovano nel finale al palato, molto tipiche del vitigno. La ricchezza alcolica riesce a trovare un ottimo equilibrio in bocca, con tannini setosi e di bella distensione.

Ca’ Bensi - Dolcetto di Ovada Superiore Moongiardin 2006 - Tagliolo Monferrato

A conduzione famigliare da tre generazioni, Ca’ Bensi custodisce un patrimonio vinicolo di grande pregio, con vecchi impianti risalenti agli anni ’40 del secolo scorso. Il Moongiardin matura per 10 mesi in botti di rovere e affina per altri 6 in bottiglia prima della commercializzazione. Le spezie gentili, un tratto fruttato molto delicato con sfumature di viole appassite e ancora note di amaretto, segnano un quadro olfattivo intrigante, soffuso. Al palato ha polpa e un tannino di bella grana, con un finale sapido particolarmente pronunciato e dinamico.

Castello di Tagliolo - Dolcetto di Ovada La Castagnola 2006 - Tagliolo Monferrato

All’interno della ricca produzione dell’azienda, che ha come emblema e sede il bel castello costruito introno all’anno mille e poi, successivamente, restaurato a fine ‘800, troviamo anche questa versione che proviene dal vigneto la Castagnola, da agricoltura biologica che matura per un anno in barrique. Qui ritroviamo con grande intensità quei tratti ammandorlati, sia al naso che in bocca, che tanto caratterizzano il vitigno, insieme a note ferrose e minerali che arricchiscono lo spettro. Trama tannica viva ma più docile rispetto ad altre interpretazioni, che gioca sul tratto più morbido e gentile che on sull’irruenza fresca e sapida.

Gaggino - Dolcetto di Ovada Superiore 2003 - Sant’Evasio
Nessun cenno di surmaturazione o di ossidazione. Nonostante l’annata complicata, a causa del clima torrido, questa versione dell’azienda Gaggino, che proviene dai migliori vigneti della proprietà dona una fotografia molto interessante del dolcetto di Ovada. Certamente ricco al naso, con note fruttate mature, lascia poi spazio sia al timbro minerale che a quello floreale. Al palato il tannino tiene vivo, con più che discreta grana, un corpo importante, ma al tempo stesso di piacevole dinamicità, con un finale tipicamente ammandorlato e, soprattutto, particolarmente sapido e croccante.

Azienda Agricola La Guardia - Dolcetto di Ovada Superiore Il Gamondino 2000 - Morsasco
Se, come dicono i produttori del cuore storico della produzione ovadese, a Morsasco ci si avvicina verso l’acquese, e quindi verso una dimensione meno strutturata e più profumata del dolcetto, certamente il Gamondino ne è un esempio paradigmatico. Un vero e proprio cru, le cui viti affondano le radici su terreni bianchi, tufacei e le cui rese non superano i 50 quintali per ettaro. Una dimensione molto “femminile”, sfumata, del dolcetto, il cui quadro aromatico si apre su note di piccoli frutti, fini e con cenni floreali ancora nitidi, quasi appassiti. Al palato non ha il corpo e l’irruenza di altri dolcetti di Ovada, né forse l’imperiosa trama sapida, quanto un tratto gentile, delicato, a partire dal tannino, dalla grana sottile e un finale di gran bella freschezza e piacevolezza.

Rossi Contini. Dolcetto di Ovada Superiore Vigneto Ninan 1998 - Ovada

La collina di San Lorenzo è luogo storico per la produzione del dolcetto. Terre bianche, bianchissime, emblema di quel suolo tufaceo ricco di acqua che tanto rende unico il timbro dell’uva da queste parti. Ninan è una parcella di 0,7 ettari con viti di 45 anni, prodotto per la prima volta con la vendemmia 1989. Affina per 18 mesi in botti da 25 ettolitri per una produzione annua di poco superiore le 3000 bottiglie. Granato ancora vivo nel bicchiere, anche dopo ben 15 anni dalla vendemmia, mantiene quel tratto insieme minerale e di erbe aromatiche che lo caratterizza anche nelle versioni più giovani. L’evoluzione, in questo caso, lo ha arricchito con note di amaretto, balsamiche di menta, humus e foglie bagnate, di grade fascino. Al palato il tannino è risolto ma vivo, con una tensione fresca, ma soprattutto sapida di grande razza.

 
Dogliani o della personalità del Dolcetto. Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Giovedì 23 Agosto 2012 15:11

Barolo, poi Novello, poi il bivio per Monforte e invece si va verso Monchiero. Infine Dogliani. Cambia tutto, o comunque molto, sin dallo sguardo. Lasci la monocoltura e ricominci a osservare con continuità boschi e nocciole. Certo, anche le vigne, ovviamente, ma senza l’ossessività che cinge i cru che hai appena attraversato per arrivare sino alla patria di Einaudi. È una questione di orizzonti, di sensazioni. Già osservando da lontano il cupolone azzurro percepisci che qui si respira austerità; quella piemontesità che può far rima con timidezza piuttosto che con riservatezza, ma che ti riporta come a uno stato di lentezza, riflessione. E questo stacco, probabilmente, si accentua proprio perché vi si giunge dalla vicina langa del Barolo. Non che a Monforte i ritmi siano vorticosi e metropolitani, ma quella brillantezza e serenità, anche economica, nonostante il periodo non sia dei migliori per chiunque, che si percepisce tra le vigne del nebbiolo più amato, qui lascia spazio a maggior morigeratezza.
Qui, d’altronde, è tutto più faticoso: avere come vicini i primi della classe del nebbiolo può essere una risorsa, ma anche un problema. Come convincere i turisti stranieri a proseguire anche da queste parti? Come spiegare loro che tra queste colline ripide e decise, più alte e dal clima più montanaro si alleva un vitigno, il dolcetto, diverso da quello che probabilmente avranno già acquistato altrove per completare l’assortimento insieme a Barolo, Barbaresco e Barbera?

La Bottega
Più di 50 soci, ad esclusione degli imbottigliatori, ma comprese le cooperative. Il 20% di loro lavora in regime biologico, qualcuno segue i dettami della biodinamica, altri sono semplicemente ecocompatibili. “Non è poco, non credi?”. In effetti, no. Il nostro incontro con il presidente in pectore della Bottega del Vino di Dogliani, Paolo Boschis, avviene all’ingresso della sede dell’associazione, nata 28 anni fa. Passeggiamo tra i corridoi del XVI secolo, ex cantine di un Convento dei Carmelitani: siamo sotto la sede del Municipio e praticamente adiacenti alla Chiesa dei SS. Quirico e Paolo. Un tavolo in una sala che accoglie le riunioni dei produttori in mezzo alle bottiglie che adornano le pareti sarà il nostro primo punto di osservazione di una denominazione che negli ultimi 7 anni ha cambiato pelle due volte. “Nel 2005 è nata la DOCG Dogliani che affiancava la DOC Dolcetto di Dogliani”. Dal 2010 tutto è stato promosso al gradino più alto e la vecchia divisione, se vogliamo, è racchiusa dalla parola “superiore” che insieme all’indicazione del nome della vigna, quando presente, indica i vini che ambiscono ad essere percepiti come più complessi e longevi. Ma dalla vendemmia 2011 la nuova DOCG ha inglobato anche la vecchia DOC Dolcetto delle Langhe Monregalesi. Dieci comuni (Bastia Mondovì, Belvedere Langhe, Ciglié, Clavesana, Dogliani, Farigliano, Monchiero, Rocca Ciglié, Roddino e Somano), ma solo tre, come riporta con dovizia di particolare Alessandro Masnaghetti nelle sue dettagliate cartine dei cru della zona, con il peso produttivo più importante: Dogliani (510 ettari), Farigliano (200 ettari) e Clavesana (175 ettari). Oggi Dogliani significa all’incirca 5 milioni di bottiglie, prodotte per l’80% da tre realtà: due cantine sociali, quella di Clavesana e la Cantina Sociale di Dogliani, e un imbottigliatore, Manfredi di Farigliano. Il restante 20% se lo dividono realtà storiche come Einaudi e nuovi nati: “La maggior parte delle aziende ha iniziato negli anni Ottanta e Novanta. Negli ultimi dieci anni, invece, sono nate, poche aziende”.  Perché nasce la Bottega? “Principalmente per far capire la differenza del Dolcetto di Dogliani dagli altri”. E qui si apre uno dei capitoli della zona, tra i più affascinanti.

L’unicità di Dogliani
“Noi abbiamo il dolcetto e non il nebbiolo, nonostante la vicinanza, perché abbiamo un clima più fresco, altitudini medie maggiori. Tutto ciò favorisce il dolcetto, soprattutto poco prima della vendemmia”. Sì, perché, come ci spiega con fervore Paolo Boschis, il famoso sbalzo termico tra la notte e il giorno, paradigma che si suole ripetere a memoria e viene affibbiato a qualsiasi a zona e vitigno, qui non vale. “Il dolcetto ha bisogno di stabilità e non di sbalzi termici”. Altrimenti? “Arriva la cosiddetta colatura degli acini piuttosto che il disseccamento del rachide”.
Se nelle vicine Barolo e Barbaresco non mancano gli amanti dell’uva piemontese per antonomasia, ancor più del nebbiolo probabilmente, vista la sua diffusione e la sua storica consuetudine ad essere il vino della tavola, qui l’amore si trasforma anche in maniacale puntiglio, quasi un ossessione, alla ricerca non solo di aromaticità fragranti e quotidiane, ma anche di quelle complessità che perorino il concetto di longevità. “Avendo microclimi diversi, la maturazione fenolica è più lunga e quando arriviamo a quella ottimale, solitamente il dolcetto qui ha, come dire…più roba”. Non è quindi una scelta, ma un tratto distintivo di un territorio molto diversificato al suo interno che ha la capacità di dipingere colori più cupi così come più agili, aromaticità femminili o suadenze più concentrate e fitte. Certo, negli anni novanta e nei primi anni del nuovo secolo molti hanno cercato strade nuove, soprattutto in cantina: c’è chi è tornato indietro, chi ha fatto i suoi errori e, per sua stessa ammissione, ha cambiato rotta. Ma è difficile, oggi, non percepire una maggiore consapevolezza, probabilmente una maturità solida tra la più parte dei produttori di Dogliani: l’uso del rovere va centellinato nel caso del dolcetto o comunque usato con accortezza e precisione. Se al barbera l’assenza di trama tannica ben si sposa con quella del legno, nel caso del dolcetto siamo all’opposto.
“C’è poi il discorso dei travasi”: qui si apre un capitolo che non sempre mette tutti completamente d’accordo. Si è soliti dire che il dolcetto ne abbia bisogno in modo spasmodico, più di altri vitigni, per non incorrere in odori poco gradevoli. Se Boschis ci parla del rischio di riduzione, a causa del fatto che le fecce del dolcetto non apportino quel quid in più come accade altrove, per Orlando Pecchinino è meglio parlare di “deviazioni biologiche”. Secondo uno dei personaggi considerati come punto di riferimento della denominazione, infatti “il dolcetto è più vulnerabile a batteri e lieviti che danno deviazioni olfattive che non è ancora facile decifrare con certezza”. Secondo lui sembrano riduzioni, ma in realtà non lo sono. “Serve pulizia e non bisogna esagerare, in realtà, con l’ossigenazione e quindi neanche con i travasi. Il problema, se c’è ,e quando si manifesta, arriva in realtà già dai vigneti”. Se da San Luigi ci spostiamo a Valdibà, Nicoletta Bocca, proprietaria di San Fereolo, ci dona un’altra visione ancora: “Io non faccio più praticamente travasi da qualche anno, anzi, lavoro sulle fecce e non mi sembra di avere problemi di riduzioni”. E, in effetti, il suo 2010, attualmente in commercio, piuttosto che gli assaggi da vasca o botte effettuati in cantina, mostrano tutto tranne problematiche olfattive.
Questa diversità di approccio e poi, di conseguenza, di stili, è solo uno dei tanti volti di Dogliani: c’è chi, a seconda della zona, preferisce mettere in commercio vini più immediati, probabilmente più vicini all’idea che il consumatore ha del dolcetto. Altri, invece, riescono a puntare con decisione a vini che, come minimo, possono durare dai cinque ai sei anni. Dipende da molti fattori. Per esempio dall’altitudine. A Pianezzo, nome di una zona così come di un cru, la vendemmia è la più tardiva della zona a causa dell’altezza degli impianti e i vini possono essere sottili ed eleganti se c’è maggior presenza di calcaree, così come più grassi ed avvolgenti se l’argilla comincia ad essere più presente. L’acidità, che solitamente non timbra i vini che provengono da quest’uva, spesso, invece, può essere presente con autorevolezza. Il tannino, che invece non manca, assume tessiture docili e fragranti così come massicce e potenti. La variabilità di terreni e climi crea anche qui, come nella vicina langa del nebbiolo, quell’imprevedibilità che ha reso leggendari Barolo e Barbaresco. A Dogliani il dolcetto può essere impervio e ripido, come le sue colline.
Per prendere confidenza con questa dimensione più austera e autorevole del dolcetto è necessaria la disponibilità a mettere tra parentesi sensazioni ed esperienze che si sono sedimentate altrove; qui, molti degli assiomi con i quali si è soliti definire il dolcetto, possono traballare.

di Alessandro Franceschini

 
Quando autoctono fa rima con spumante. Il Lessini Durello. Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Venerdì 20 Gennaio 2012 13:18

Il mondo degli spumanti da vitigni autoctoni è un universo ancora non del tutto delineato ed espresso. Complice, probabilmente, un’assenza di comunicazione, spesso proprio da parte degli attori principali di questo piccolo ma significativo comparto, trovare una collocazione sia commerciale che di critica che gli doni il giusto rilievo è uno dei grandi problemi per questa pattuglia di bollicine che valorizzano varietà a volte semi sconosciute ai più. Uno di questi casi è proprio quella dell’uva Durella e della sua zona di elezione, quella dei Monti Lessini. Siamo in una zona di produzione che si estende a cavallo di due provincie; quella di Verona e  e Vicenza. Terreni vulcanici con tufi basaltici, sabbiosi e ricchi di scheletro, ospitano vigne spesso posizionate ad altimetrie di una certa importanza. Il Disciplinare di produzione data 1987 e consente di assecondare la naturale irruenza nervosa dell’uva Durella, anche con vitigni come lo chardonnay, il pinot bianco piuttosto che il pinot nero. E’ proprio l’acidità naturale, croce e delizia, il timbro che marca quest’uva, dalle antichissime origini (pare che la sua antenata, la Durasena, sia stata citata già nel 1292). In passato usata anche per produrre vini da taglio, che hanno varcato non poche volte i confini patrii per andare a sostenere in freschezza altri mosti, negli anni Sessanta dello scorso secolo viene, finalmente, attraverso le prime vinificazioni per basi spumante, valorizzata attraverso quella che è la sua caratteristica principale.
Abbiamo testato alla cieca 8 campioni che il Consorzio ci ha gentilmente messo a disposizione. E ciò che è emerso è che come ci sia carattere nella maggior parte di essi: nelle espressioni più convincenti (per esempio Fongaro, Sandro De Bruno e Fattori), la naturale freschezza, non è fine a se stessa. Quando trova il giusto equilibrio ed è associata a polpa e sostanza, l’armonia che ne ricava il quadro complessivo è davvero interessante, se non decisamente sorprendente. Note minerali e fruttate, sfumature mentolate e agrumate, quando ben coniugate insieme, donano bollicine di bella prospettiva, nerbo e piacevolezza.

Cantina di Monteforte d’Alpone, Dalle Terre dei Cimbri, Lessini Durello Brut
Attacco semplice, dolce e di buona aromaticità: senza donare particolari sussulti olfattivi, con una carbonica lieve, gioca su cenni minerali, un frutto di discreta maturità e piacevoli cenni agrumati. Leggero, beverino, piacevole. Da vigneti situati nell’alta Val D’Alpone, fermenta in acciaio e in seguito segue il metodo della rifermentazione in bottiglia. Uvaggio: 100% Durella.

Azienda Marcato, Lessini Durello DOC Metodo Classico Brut
Color oro spiccato, ingresso intenso, in parte dolce, di confetto, con note vive, fresche e dolci insieme; piccole sfumature agrumate e balsamiche. Discreta spinta in bocca, con piacevole carbonica e una nota agrumata nel finale che ricorda la scorza di mandarino. Da uve provenienti da appezzamenti del cru “Il Duello” situato a Roncà, riposa sui lieviti per 36 mesi. Uvaggio; 85% Durella, 15% Pinot Nero e Chardonnay

Cantina di Montecchia di Crosara, Saxi Lessini Durello Doc Brut
Attacco dolce, leggero, con carbonica appena accennata e dalla poca persistenza nel bicchiere, gioca su lievi cenni di fruttati. Semplice, ideale come aperitivo, gli manca aggressività e mordente, chiude con un finale di discreta freschezza e cenni agrumati. Elaborato dalla Cantina di Soave. Uvaggio: 100% Durella.

Fattori, Lessini Durello I Singhe Brut
Si apre timidamente, bisognoso di una lieve ossigenazione nel bicchiere, ma non manca poi di carattere e piacevole fattura: nota di menta e agrume, in bocca sfodera buona verve, freschezza e allungo finale. Da viti di 30 anni, posizionate sulle pendici del monte Calvarina, dopo la fermentazione in acciaio, la presa di spuma avviene in autoclavi per 90 giorni. Uvaggio: Durella 100%.

Sandro De Bruno, Durello Metodo Classico 2008, Lessini Durello DOC
Colore quasi dorato, naso di impatto e tensione, con note minerali, ferrose e slanci di frutta secca. In bocca è teso, pieno, con un finale lievemente amarognolo e una dinamica di piacevole fattura con rimandi finali costanti alle note minerali olfattive. Spumante di carattere, deciso, da uve allevate in piccoli appezzamenti collocate sulle pendici vulcaniche del Monte Calvarina. Uvaggio: Durella 85%, Pinot Bianco 15%.

Valleogra Ascledum Durello Metodo Classico Dry
Giallo paglierino di buona luminosità, si apre con prontezza su note dolci, di buona maturità nel frutto e una discreta tensione minerale, con sfumature di confetto e agrume. Bocca morbida, piacevole nella beva, gioca con il residuo zuccherino, senza mai cadere nella stucchevolezza e perdere freschezza. Discreto l’allungo finale. Uvaggio: Durella 100%

Fongaro, Brut Metodo Classico 2008, Etichetta Viola
Oro carico, naso di bella originalità; anice e menta di grande intensità, note balsamiche di piacevole fattura. La bocca è tesa, secca e al tempo stesso vellutata e avvolgente, con un finale incisivo e fresco. I rimandi finali agrumati donano complessità e un allungo di ottimo equilibrio. Vino di razza. Da agricoltura biologica, fermenta per 20 giorni e riposa sui lieviti almeno 24 mesi. Uvaggio: Durella 100%.

Colli Vicentini, Lessini Durello Vino Spumante Brut
Attacco dolce e maturo, quasi aromatico, didattico nella definizione delle note fruttate bianche di pesca e mela. In bocca cambia completamente registro: dalla discreta tensione, è preciso nell’esecuzione e nello sviluppo, pulito nel finale. Snello, beverino ma di carattere. Ottenuto con metodo Charmat. Uvaggio: 100% Durella.


di Alessandro Franceschini

 
Ruchè di Castagnole Monferrato Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Mercoledì 07 Settembre 2011 07:11

A maggio la Festa del Ruchè di Castagnole Monferrato: un'occasione per fare il punto su questa nuova Docg.

 

Pochi sanno che il Ruché di Castagnole Monferrato ha ottenuto il riconoscimento della Doc nell’ormai lontano 1987, reso effettivo a partire dalla vendemmia 1988. E tanto meno si sa che nell'ottobre 2010 è stato varato il nuovo disciplinare del Ruché, con il quale si assegna a questo raro vino monferrino la “patente” della Docg. In effetti per anni è stato un vino poco conosciuto al di fuori del proprio territorio, sia per i suoi quantitativi di produzione, tuttora esigui, sia per la fama dei ben più popolari vicini di casa, Barbera d’Asti e Grignolino, per citare solo i due più famosi. Ma da tre o quattro anni a oggi le carte in tavola sono sostanzialmente cambiate.


I perché di un successo
Quali sono i fattori che hanno contribuito a far decollare questo storico vino di Castagnole? Innanzitutto il Ruché è vino che può vantare mediamente un intrigante rapporto qualità-prezzo. Ma sono soprattutto le sue caratteristiche a renderlo particolarmente appetibile rispetto ai gusti dei moderni consumatori: innanzitutto la sua fragranza, il suo inconfondibile aroma, la sua speziatura morbida e piccante al contempo, la sua semi-aromaticità spiccatamente floreale e fruttata; in bocca poi è armonico, mai troppo concentrato o scontroso, sebbene sia spesso generoso di alcol, pulisce la bocca e invita alla beva. Insomma un vino giovane e moderno, che ben si presta a essere abbinato a piatti anche etnici, saporiti, trendy e – se servito molto fresco - anche a preparazioni a base di pesce.


Qualche cifra, per capire
La superficie coltivata a Ruchè è di circa 60 ettari vitati, non tutti in produzione, ubicati nei comuni astigiani di Castagnole Monferrato, Grana, Montemagno, Refrancore, Scurzolengo, Viarigi e distribuiti fra una trentina di aziende complessive, di cui solo 17-18 effettivamente attive nella duplice veste di produttrici di uva e imbottigliatrici, le restanti conferiscono i frutti alla Cantina Sociale di Castagnole Monferrato, capace oggi di garantire standard qualitativi medio-alti, ma ancora non del tutto in grado di adempiere a quel ruolo di sviluppo socio-economico del territorio che dovrebbe essere proprio di ciascuna realtà cooperativa.

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