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Degustazioni
L'Abruzzo da scoprire - parte seconda Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Venerdì 29 Aprile 2011 12:12

Prosegue di seguito lo speciale dedicato alle aziende abruzzesi ospiti di Go Wine a Milano lo scorso 26 ottobre.

 

COLLE DEL SOLE
Piccola realtà di Francavilla al Mare, vicino a Pescara ma già in provincia di Chieti, si fa notare per un Montepulciano particolarmente godibile: parliamo del Marrangòne. Da uve provenienti da vigneti esposti a Sud, in comune di Francavilla, raccolte piuttosto tardivamente a fine ottobre, si caratterizza per una macerazione post-fermentativa alquanto prolungata, affinando poi in piccoli fusti di rovere francese per 12 mesi. Di veste rosso rubino intensa, al naso ostenta uno spettro odoroso paradigmatico: piccole frutti rossi, spezie morbide dalla cannella alla moka, ricordi vegetali e linfatici; dalla trama tannica serrata ed elegante e dal valido calore alcolico, ha una corroborante freschezza che gli consente di essere ancora vitale anche dopo una decina di anni di maturazione vetro.

 

COLLEROTONDO
Ubicata nel cuore della regione, a Ofena, famosa per essere definita il “forno d’Abruzzo”, date le elevata temperature che in estate si toccano nella zona, si posiziona in un comprensorio vitivinicolo – quello dell’aquilano - solo da pochi anni sfruttato razionalmente. Tra i vini aziendali, colpisce il Montepulciano Rosso di Cervano, giocato su immediatezza e bevibilità, ma tutt’altro che banale. Le uve le si vendemmiano a metà ottobre, l’affinamento avviene in acciaio, per esaltare la schiettezza del vino: da si ottiene un nettare rosso rubino-violaceo, dal naso terso di fragoline, ribes rossi, lamponi. Alla beva mostra una bella componente fruttata, grande freschezza e una morbidezza quasi vellutata. Si tratta di uno di quegli esempio di vini moderni, ma rispettosi del territorio, che tanto ama produrre Vittorio Festa.

 

FATTORIA TEATINE
Posta sui dolci pendii fra Chieti e Torre Vecchia, è una realtà figlia di un progetto di vita dei suoi proprietari, Antonella e Pierluigi De Lutiis, rapiti dal desiderio di realizzare un sogno: trasmettere il profondo amore per la loro terra: solo 12 ettari per una produzione dove la qualità è un valore e un obiettivo al contempo. Tra i vini del wine-tasting milanese, da ricordare il Montepulciano Jamè, etichetta di impostazione moderna, prodotta in 6mila bottiglie, da vigne con rese per ettaro inferiori ai 100 quintali di uva, allevate a pergola abruzzese. Dopo una macerazione relativamente breve, di 8 giorni, segue un affinamento in acciaio sino a maggio, quando viene imbottigliato. Dalla veste tipicamente violacea, ha profumo balsamico e fruttato, fresco e intenso, dalla beva rotonda, fruttata, con una chiusura persistente e lievemente acidula.

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L'Abruzzo da scoprire - parte prima Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Giovedì 21 Aprile 2011 10:31

Ospiti di Go Wine lo scorso 26 ottobre a Milano, alcune aziende emergenti aprutine si affacciano per la prima volta nel capoluogo lombardo: pubblichiamo il "primo atto" del report della serata curato dal giornalista Roger Sesto, nelle prossime settimane la continuazione.

 

 

Regione dalla poche denominazioni, ha come punto di forza la varietà dei suoi territori: dal mare all’alta collina, dall’Adriatico alla Piana di Ofena. La più grande soddisfazione di Vittorio Festa, consulente delle cantine al loro debutto milanese, è quando un produttore gli dice: “Questo è il vino che volevo!”. Aiutare i vignaioli senza imporre loro dei protocolli omologati, è la sua vocazione. Valorizzazione dei terroir, autoctonia, tecnologia non invasiva e rispetto della tradizione, il suo credo.


L’Abruzzo vinicolo è tra le regioni italiane più lineari e semplici da un punto di vista legislativo e ampelografico. Poche denominazioni: Montepulciano d’Abruzzo Colline Termane Docg, Montepulciano d’Abruzzo (con due sottozone previste: Terre di Vestini e Casauria, in provincia di Pescara, e una versione Cerasuolo), Trebbiano d’Abruzzo e Controguerra. Una semplicità solo apparente però, in realtà sovvertita da un territorio multiforme e variegato, che va dalle sabbie dell’Adriatico alle vette di Gran Sasso e Maiella, alla piana di Ofena, verso L’Aquila, ed a quella ancor più interna di Avezzano.
La zona di produzione del Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane Docg riguarda le aree più vocate della provincia di Teramo; qui i terreni sono prevalentemente calcareo-argillosi, talvolta con substrati sabbiosi. Il disciplinare di questa giovane Docg è molto più severo rispetto a quello della Doc, prevedendo ad esempio una resa di 95 quintali di uva per ettaro (invece di 140) e lunghi affinamenti in rovere, sino a 3 anni per la Riserva.
Anche la Doc, da poco prevede una versione Riserva, ma soprattutto contempla la novità delle

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Viaggio lungo la costa toscana: Bolgheri, prima tappa Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Giovedì 14 Ottobre 2010 07:52

Se il viaggio è occasione di conoscenza, oltre che di piacere, allora Bolgheri è una meta da cui non si può prescindere per capire qualcosa di più di quanto il fattore vino abbia contribuito ad un rinnovato sviluppo in molti territori italiani.
Ci farebbe piacere, attraverso il racconto di un’esperienza, trasmettere un invito a percorrere queste terre e leggere in chiave diversa il successo di vini che in Italia sono diventati mito.
Certo, di fronte a nomi come “Sassicaia”, da scoprire non vi è molto, ma Bolgheri non è ovviamente solo “Sassicaia”. Così come siamo consapevoli che, a fianco di molti super esperti che del vino conoscono tutto (o comunque molto), vi è un nutrito pubblico di appassionati e curiosi che conoscono, per esempio, il nome “Sassicaia” come una sorta di griffe, ma magari non hanno mai avuto occasione di approfondire la realtà della zona di produzione.
Il viaggio, ovvero il racconto, inizia dall’emozione che suscita il paesaggio che già si percepisce percorrendo la superstrada che attraversa la costa tirrenica a sud di Livorno verso Grosseto e Roma.
Da subito si avverte la sensazione di una terra affascinante, di un armonico rapporto fra uomo e natura, in cui lo sviluppo non ha contaminato l’ambiente. Il clima, la vicinanza del mare, la luce che filtra anche in giornate invernali contribuiscono a caratterizzare il paesaggio: la vegetazione fa il resto.
Da dove cominciare? Intanto ad indicare alcuni fattori chiave che hanno caratterizzato la viticoltura in questa terra e che ne hanno certamente favorito lo sviluppo ed il successo.
Innanzitutto la ricerca e la sperimentazione in una terra senza vitigni autoctoni (a parte una presenza di vermentino), con una scelta decisa verso le grandi varietà cosiddette “internazionali”; la graduale conversione di altre coltivazioni verso il vigneto, senza però trascurare l’ulivo e le colture da sempre qui praticate; l’armonia e la perfezione dei filari, tutti piantati in direzione del mare, a ricercare la migliore esposizione, con un ordine che quasi richiama i cipressi del Carducci che sono ancora lì, come se a San Guido il tempo non fosse passato.

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Pallagrello, raffinata uva in bianco e nero Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Martedì 20 Aprile 2010 10:38

Contrariamente a quanto ci è stato tramandato da certa retorica risorgimentale e postunitaria, probabilmente i Borbone di Napoli non furono poi sovrani così beceri e poco illuminati, come del resto non lo furono molte altre case regnanti che la storia ha visto sconfitte. Sicuramente ebbero a cuore le ricchezze naturali del loro Regno – spesso in modo molto più efficace e convinto di quanto in qualche caso non accada nei nostri “democratici” tempi – e contribuirono a valorizzarne l’economia agricola insieme alla varietà e qualità dei suoi prodotti.
Un’attenzione particolare venne riservata dai sovrani alla viticoltura, come è ovvio in una regione che fu tra le prime a vedere la colonizzazione greca (e con essa l’introduzione di nuove varietà e tecniche) e che si pose al confine tra l’influenza ellenica ed etrusca, le due civiltà che hanno più fortemente plasmato le tradizioni viti-enologiche della nostra penisola.

Poco a nord della Reggia di Caserta, nel Real Sito di San Leucio, compreso tra il Belvedere e il Monte San Silvestro, proprio Ferdinando IV di Borbone fece impiantare una delle più suggestive collezioni dei migliori vitigni presenti nel Regno delle Due Sicilie. Il vigneto prese il nome di Vigna del Ventaglio per via della sua caratteristica morfologia, che, come si legge in una descrizione del 1826, consisteva in “un semicerchio diviso in dieci raggi. Ciascun raggio, che parte dal centro, ov’è il piccolo cancello d’ingresso, contiene viti d’uve di diversa specie, contrassegnate da lapidi in travertino”. Il quarto ed il quinto raggio erano occupati da due varietà originarie del Casertano, zona in cui all’epoca erano molto coltivate ed apprezzate: il Piedimonte Rosso ed il Piedimonte Bianco, nome tratto dal comune ove risultavano più diffuse. Tali vitigni davano vini talmente buoni, che la corte borbonica li elesse a bevande ufficiali delle cene e dei banchetti reali. Lo stesso Ferdinando IV era un convinto estimatore, in particolare, delle virtù del Piedimonte Bianco, tanto che ne fece piantare una vigna in località Ponticello interdicendone il passaggio a chicchessia, gelosissimo della qualità dei suoi grappoli.

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Il Lugana Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Mercoledì 13 Gennaio 2010 15:47

Interamente dedicata a un vino bianco (pur coabitando con le Doc Garda e San Martino della Battaglia), questa denominazione (1967) si sviluppa nella fascia morenica a sud del Lago di Garda, tra Desenzano e Peschiera, a cavallo di due regioni (Lombardia e Veneto) e due province (Brescia e Verona). La parte vitata più consistente è nella parte bresciana, soprattutto nel triangolo compreso tra Desenzano a ovest, Sirmione a nord e Pozzolengo a sud, mentre la parte veronese - zona a ovest di Peschiera - detiene le quote più rilevanti dell’imbottigliato (e quindi del mercato). Ambedue i territori confinanti, al di là delle differenze interne, sono accomunati dallo stesso microclima, dalla stessa conformazione pianeggiante (interrotta da qualche lieve rilievo collinare - non più di 130 metri di altutidine - solo nella parte meridionale della parte bresciana, tra San Martino della Battaglia, sottozona di grande fascino e interesse, e Pozzolengo) e dalla stessa natura dei terreni, fondamentalmente argillosi, i cui compatti sedimenti e stratificazioni risalgono all’ultima era post-glaciale. La viticoltura ha qui origini antichissime (si sprecano le citazioni storiche, da Virginio a Plinio, fino agli «squisiti Trebulani» cantati da Andrea Bacci nel 1596) e qui ha trovato fertile habitat un particolare biotipo di trebbiano chiamato turbiana (o trebbiano di Lugana), che differisce geneticamente dagli altri suoi simili, distinguendosi per una maggiore struttura e longevità (medio, non lungo, periodo), e che oggi è vinificato in purezza dalla maggior parte dei produttori, i quali fortunamente hanno sempre più abbandonato l’integrazione dello chardonnay prevista dal disciplinare. Il bianco che ne esce è tutto da scoprire, e non solo per il prezzo vantaggioso: profuma di fiori di campo e agrumi, ha un’energia acida che conferisce freschezza e contrasto, gode di una sapidità minerale che garantisce vigore e tensione. Le versioni in acciaio traducono l’anima più verace della denominazione, ma non mancano anche alcune interessanti intepretazioni in legno. Piacevoli, ma non ancora all’altezza delle migliori bollicine nazionali, le versioni Spumante, più spesso proposte con il metodo Charmat anziché con quello classico della rifermentazione in bottiglia. La selezione delle aziende qui proposta è suddivisa nei due versanti (lombardo e veneto). Per decidere l’appartenenza di alcune cantine del territorio - anche importanti - che hanno vigneti in ambedue le province (come Ca’ dei Frati, Fraccaroli, Provenza) si è tenuto conto della sedeaziendale, così come sono presenti nella sezione lombarda le aziende della Valtenesi (Avanzi, Costaripa, San Giovanni) che hanno vigneti nella Doc ma vinificano sulla riva sinistra del lago. Parimenti presenti gli imbottigliatori fuori zona della parte veronese (Bertani, Montresor, Santa Sofia, Santi). Un vivo ringraziamento va al Consorzio Tutela del Lugana, che ha ospitato le degustazioni (in due sessioni: una estiva e l’altra autunnale) e organizzato le visite, con un particolare pensiero alla disponibilità di Carlo Veronese, preparatissimo direttore tecnico del Consorzio e profondo conoscitore della zona.

 

Versante lombardo

 

AVANZI FRATELLI (0365.551013; Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )

Lugana Superiore Sirmione Vigna Bragagna 2006 86/100

 

Produttori del Garda dal 1931, come recita lo slogan aziendale, la famiglia Avanzi conta su un patrimonio di oltre 70 ettari tra vigneti e oliveti e su una nuova cantina di vinificazione inaugurata nel 2007: collegata al corpo originario nella forma di una tradizionale cascina lombarda, dispone di un’ampia superficie, anche in spazi sotterranei (800 metri quadrati di tunnel e corridoi), e di moderne attrezzature. Il Lugana Vigna Bragagna, proveniente dall’omonimo appezzamento di Sirmione da viti più che ventennali, ben fotografa lo standard qualitativo della famiglia, che si muove su un piano di cura e sostanza: all’espressione floreale dei profumi corrisponde infatti un “controcampo” di polpa e sapore all’insegna della leggibilità varietale e della freschezza.

 

 

BULGARINI BRUNO (030.918224; info@vinibulgarini)

Lugana Luganino 2007 86/100

Lugana Superiore Ca’ Vaibò 2007 84/100


Lugana di collina quelli prodotti da Fausto Bulgarini nella sua cantina vicino a Pozzolengo, in località Vaibò, ma con profili (e conseguenti prestazioni) differenti tra loro. Se il Luganino convince per uno scintillante ritmo varietale (soprattutto di carattere floreale), il Superiore, infatti, non riesce sempre a temperare la surmaturazione delle uve in termini di rotondità fruttata, che

soffre invece di velature vegetali in fase di definizione aromatica.

 

 

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